mercoledì 18 febbraio 2026

COMUNICATO STAMPA - Ben 32 comuni del FVG nella tenaglia del cortocircuito politico e fiscale della riforma dei comuni montani - 18 febbraio 2026

COMUNICATO STAMPA congiunto di “Azione”, “Ora!”, “PLD” e “Radicali” del Friuli-Venezia Giulia

L’articolo 44 della Costituzione stabilisce che la montagna debba essere sostenuta, riconoscendola come territorio strutturalmente svantaggiato, ma non ne fornisce una definizione precisa. È dentro questa ambiguità che si inserisce la riforma Calderoli, che interviene su una classificazione che in passato includeva anche realtà non propriamente montane. I suoi effetti incidono direttamente anche sui territori del Friuli‑Venezia Giulia.

Il problema non è solo numerico: riguarda il senso stesso dell’intervento pubblico nelle aree fragili. La legge adotta criteri prevalentemente altimetrici e morfologici (quota media, quota massima, pendenza), producendo evidenti cortocircuiti.

Cortina d’Ampezzo (BL), territorio ricco e ad alta capacità fiscale, continuerà a essere classificata come montagna e a beneficiare di agevolazioni e aiuti. Monteverde (AV), piccolo centro isolato a 740 metri con il primo ospedale a oltre 50 km, rischia l’esclusione perché una porzione in fondovalle abbassa la media altimetrica. San Giorgio Scarampi (AT), 655 metri, spesso innevato e marginale, resterebbe fuori. Varazze, località balneare ligure, resterebbe montana grazie ai 1.287 metri del Monte Beigua.

In Friuli‑Venezia Giulia, San Pietro al Natisone e altri 31 Comuni perdono lo status di comune “montano”: quasi tutte le realtà del Collio e del Carso. Questo passaggio non è neutrale per il territorio: riguarda risorse, servizi e capacità amministrativa locale, in particolare per i piccoli comuni realmente fragili.

Il punto politico è chiaro: la classificazione non misura la fragilità reale, ma un dato geometrico. Ne deriva una contraddizione: la montagna costituzionale è territorio svantaggiato; la montagna amministrativa diventa territorio sopra una soglia numerica.

La contraddizione diventa più grave quando incide sui servizi fondamentali. Le scuole montane, ad esempio, possono restare aperte anche con un numero di alunni inferiore rispetto ai plessi ordinari. Tuttavia, con la nuova classificazione si possono generare delle situazioni paradossali come nel caso di scuole di un comune di fondovalle che perdesse la qualifica di “montano” e fosse costretto a chiudere il plesso scolastico sebbene serva più comuni “montani” della valle. Qui emerge il punto di caduta più evidente: la classificazione amministrativa produce effetti incoerenti sulla geografia reale dei servizi.

Inoltre, c’è anche un punto di caduta fiscale e dell’effetto “gradino”. La qualifica di “montano” determina accesso a Fondo sviluppo montagne, incentivi per docenti, bonus e crediti fiscali, priorità amministrative. Quando un territorio esce dall’elenco non subisce una riduzione graduale: subisce un salto netto di regime. È il classico effetto “scalino”: o dentro o fuori, senza modulazione proporzionale alla fragilità. Questo genera tre problemi: incertezza nei bilanci comunali, competizione tra territori contigui, possibili rendite di posizione per chi resta incluso.

Il collegamento diretto tra classificazione e incentivi evidenzia un ulteriore problema: in assenza di regole forti di controllo e verifica, gli incentivi possono gonfiare i prezzi immobiliari, favorire seconde case, premiare chi intercetta meglio la norma senza generare stabilizzazione demografica reale.

Per evitare nuove disuguaglianze territoriali servono strumenti chiari: il recupero del beneficio in caso di abbandono, controlli incrociati sulla residenza effettiva, indicatori pubblici di risultato e la definizione chiara di criteri di fragilità socio‑economica.

Senza questi strumenti, la politica della montagna rischia di diventare politica di rendita territoriale, non politica di riequilibrio.

La riforma nasce come razionalizzazione tecnica di un sistema che aveva raggiunto un proprio equilibrio e che includeva anche realtà non montane. Il tema oggi non è solo nazionale ma regionale: occorre vigilare affinché la nuova classificazione non diventi una sottrazione di risorse alle zone montane e chiarire quali misure la Regione Friuli‑Venezia Giulia intenda adottare per accompagnare i comuni che perdono lo status.

La “montagna costituzionale” è un territorio da sostenere perché fragile; la “montagna amministrativa” non può ridursi a un numero sopra una soglia.

Quando le due cose non coincidono, l’intervento pubblico perde coerenza. E quando la classificazione incide su scuola, bilanci e incentivi, la frattura diventa sociale e politica.

 

Nessun commento:

Posta un commento

Post più popolari

Debito Pubblico