Siamo convinti che il confronto tra forze diverse, unite dal desiderio di riformare il Paese in modo serio e pragmatico, sia il modo migliore per costruire una politica credibile e vicina ai cittadini.
Noi di Ora! sul referendum la pensiamo così:
La nostra posizione si riassume in una formula semplice: sì, ma meglio.
Sì, perché la direzione che questa riforma propone è giusta e il problema che affronta è reale. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri risponde a una necessità riconosciuta da tutti: sono funzioni diverse, con logiche, responsabilità e percorsi professionali distinti. La separazione non introduce una frattura, ma recepisce una distinzione già operante nella prassi, consolidata dal codice di procedura penale e rafforzata dai principi del giusto processo.
Ma meglio, perché una riforma costituzionale non produce effetti automatici. È solo l’inizio, l’apertura di uno spazio che deve essere riempito con regole attuative coerenti, trasparenti e pluraliste. Se questo spazio viene lasciato a metà o gestito male, rischiamo di sostituire vecchie opacità con nuove, invece che creare nuove garanzie.
Il primo pilastro della riforma è la separazione delle strutture di governo: due Consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Questa scelta serve a ridurre la concentrazione del potere ai vertici. Un CSM unico, infatti, accumulava potere amministrativo su carriere funzionalmente distinte, aumentando la posta in gioco e la competizione interna. Due Consigli distinti ridimensionano questo effetto, ma la riforma funziona solo se questi organi sono più leggibili, trasparenti e motivati, non semplicemente duplicati.Il secondo pilastro è la separazione della funzione disciplinare dal governo delle carriere, con la creazione di un’Alta Corte autonoma. Chi governa carriere e nomine non deve esercitare anche la funzione giudicante in sede disciplinare: questa separazione riduce conflitti di ruolo e rafforza la coerenza istituzionale. Ma anche qui, la garanzia non nasce solo dalla collocazione dell’organo, ma dalla qualità delle regole e dalla trasparenza delle decisioni.
Un altro punto importante è il sorteggio da platea qualificata, che mira a cambiare gli incentivi e a ridurre il “rendimento” del correntismo. La riforma non abolisce le correnti, ma ne limita il potere. Tuttavia, il pluralismo reale dipenderà dalla legge ordinaria: liste ampie e metodi di voto non maggioritari possono favorire una selezione più pluralista, mentre sistemi troppo chiusi rischiano di mantenere il controllo nelle mani di pochi.
Infine, è importante chiarire che questa riforma è abilitante, non risolutiva. Non riduce direttamente i tempi della giustizia, come qualcuno ha sostenuto. I tempi dei processi dipendono da molti fattori: norme, organizzazione, risorse, digitalizzazione. Nessuna revisione costituzionale può incidere direttamente su questi elementi. Quello che fa questa riforma è intervenire su un nodo fondamentale: l’autogoverno irrigidito e opaco, che ha reso difficile qualsiasi riforma ordinaria efficace.Per questo la nostra posizione è netta: sì, perché la riforma affronta un problema reale di concentrazione interna del potere nella magistratura, ma meglio, perché il referendum non è il punto di arrivo, bensì l’apertura di uno spazio istituzionale che deve essere riempito con regole pluraliste, trasparenti e verificabili.
Una magistratura più forte non è una magistratura più chiusa. È una magistratura più libera: dalla politica e dalle opacità dei suoi vertici.
Grazie ancora a tutti coloro che hanno partecipato e contribuito al confronto!

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